La moralità di Zaccagnini

February 15th, 2010
di Salvatore Sechi

Notizie Radicali, mercoledì 18 novembre 2009

Benigno Zaccagnini ha un merito che si è rovesciato nel suo opposto. E’, infatti, diventata quasi un colpa quello di essere stato il più impolitico dei segretari della Dc. Mi pare sia  rimasto quasi ineguagliato, se non dai due laici impenitenti come i radicali  Marco Pannella ed Emma Bonino.

Nel paese di Machiavelli impolitico è (quasi) sinonimo di onestà, ingenuità, generosità. Con lo stesso termine  si intende non solo chi non fa la professione di politico, ma anche chi non ne replica, e anche respinge, alcuni modi come  il prevalere dell’interesse personale o di gruppi privati, dei corporativismi, o anche di associazioni criminali, il ricorso alla corruzione ecc.

Zaccagnini incarnò questa domanda di una politica di tipo nuovo, fondata  sul primato degli interessi generali e dei temi dell’etica e della morale ecc. Con notevole senso di responsabilità, la fece coincidere con l’obiettivo della  rifondazione della Dc. Ciò avvenne  in un momento particolare. Nel corpo del partito di maggioranza,  si era aperta una riflessione profonda per due ragioni. In primo luogo, una sconfitta imprevista come quella del referendum del 1974 sul divorzio. In secondo luogo  il peso di una scelta complessa e per nulla indolore (come la cooptazione del Pci nella maggioranza governativa). Furono due colpi dagli effetti durevoli.

A provocarla non fu la perdita di voti registrata  nel 1975, col grande suc cesso del partito di Berlinguer nelle elezioni, ma la sensazione che fosse cominciato un declino nel rapporto con la società italiana. Una crisi di rappresentanza, anche se non di governo. E quindi tanto più grave proprio perché sembrava incrinare, pervadendoli di un clima di insicurezza, i collanti col mondo cattolico. In un’intervista al settimanale “Panorama” intitolata E’ colpa nostra[1][1], Zaccagnini muove da una spietata autocritica.

Denuncia il ruolo negativo dei partiti nelle disfunzioni delle istituzioni. A suo avviso questo era la principale causa del distacco da queste dei cittadini e del discredito che circondava la politica nel suo insieme. Secondo il presidente del CN democristiano gravi responsabilità pesavano anche sulla Dc: l’ elemento primario, nell’ azione del nostro partito, è diventato il potere: averlo, gestirlo…La politica o è tensione morale o non è politica”.

Zaccagnini  assunse l’incarico di segretario della Dc, per volontà dei maggiorenti del partito, nel 1975, cioè un anno dopo  il referendum sul divorzio.

In quell’occasione, è bene ricordarlo, il 59% della popolazione  si era pronunciata per l’abrogazione della legge istitutiva, lasciando la DC in uno stato di grande isolamento.Fu una ferita dalle proporzioni inaspettate e quindi ancora più devastante. Nacque così la “questione democristiana”.    

Agli occhi di  Zaccagnini essa ebbe un duplice significato connesso a due domande: la Dc poteva ancora definirsi una forza con un’ispirazione cattolica, dal momento che i suoi iscritti ed elettori si erano lasciati sedurre dalle analisi dei radicali e dei partiti laici su un tema come l’unità del nucleo familiare? La Dc era un partito che,essendo stato coinvolto nella dimensione del potere, poteva  ancora essere rinnovato?

In sostanza, balzò al centro dell’attenzione il problema, discusso  diffusamente tra il 1974 e il 1976, della crisi di rappresentanza della Dc sia tra gli italiani sia, e soprattutto, tra gli stessi cattolici che le avevano voltato le spalle su una questione cruciale.

Zaccagnini nel 1976 sarà rieletto segretario, ma questa volta  dai rappresentanti degli iscritti, cioè dal congresso. Da questo ebbe il mandato non solo per ristabilire la centralità della Dc nel sistema politico, ma quello più ampio e moralmente immenso di ricollegare il partito alle sue radici popolari, facendosi sonda, ricettore di una domanda politica di riforma, di grande trasformazione.

E’ proprio  l’ambizione di tornare non solo a Dossetti, ma mi pare di poter dire a Luigi Sturzo che spiega lo straordinario consenso di cui  il leader ravennate fu circondato. A renderlo possibile  fu un aspetto naturale di Zaccagnini, un carisma fatto di pulizia, candore, trasparenza, grande umanità. Per lui, come per altri dirigenti dello scudocrociato, erano aspetti venivano dalla tradizione antifascista. Non si sarebbe fatto scrupolo di ricordarlo in ogni possibile occasione.

Ma prese anche la forma della sofferenza nei giorni della prigionia di Moro nelle carceri i brigatisti rossi. Fu il periodo in cui Zaccagnini misurò una sconfitta, delle istituzioni e sue personali, che lentamente ne consumarono la fibra più intima. Fino alla morte. Gli anni Settanta sono anche quelli del terrorismo, dell’apertura al Pci e dell’assassinio,insieme a Moro, di migliaia  di persone. Pertanto, la politica non poteva essere solo gestione e amministrazione dell’esistente. Anche quando sembrava decadere a tran tran, fu costretta a vivere di grandi strategie e prospettive.  Mi pare il motivo per cui, anche nelle ricostruzioni più recenti, Zaccagnini  viene evocato prevalentemente per la concezione etica della politica.

Certamente sul nesso di essa con gli interessi generali, la mobilitazione della coscienza, il raccordo con i valori alti dello spirito, l’etica della responsabilità  e il disinteresse ecc. la prassi,cioè l’esortazione, se non la riflessione, di Zaccagnini  è stata costante.

Come nei radicali, può esserci stato un overdose, forme di ripetitività fino  lasciar presagire una vera e propria sindrome. Ma chi banalizza questa pervasività in Zaccagnini e in Pannella dei valori della trasparenza, della solidarietà,del sacrificio del privato e degli interessi parziali, della dimensione morale  e di quella religiosa, mostra di non capire che non si trattò di una reazione personale. In realtà, questi valori non negoziabili, in forme magari diverse, divennero centrali  da metà degli anni Settanta ad oggi, come mostra un recente intervento di Dario   Franceschini sul “Corriere della Sera”.

Zaccagnini non  scade nel moralismo, non fa l’anima bella. Come non vi precipita chi come i radicali, abrogati dai mezzi di comunicazione di massa, li ripagano con l’esibizionismo. Lo “scandalo” dei mezzi usati da Pannella e dai suoi compagni risiede nella sfera dell’eccesso, è cioè ripudio dell’illegalità. In Zaccagnini  manca  l’appello agli onesti, cioè a chi non ruba. Verso questi ultimi non è per nulla indifferente, ma è lungi da lui accontentarsi del primato dell’onestà personale: “la questione morale resta di grande attualità ma essa certamente, evidentemente, non è la questione del non rubare”[i][i].

E non accettò mai di vedere la DC sospinta – da Pannella e da Craxi – in una posizione per lui innaturale, quella di fortezza del conservatorismo italiano. L’occasione per dichiararlo fu quando si  verificò il passaggio della presidenza del Consiglio in mani laiche. In tale occasione, Zaccagnini sottolineò vivacemente l’ importanza di un  dibattito culturale e politico interno per respingere “una presunzione di subalternità” e la collocazione della Dc su “una funzione moderata e conservatrice come residuo di una esperienza in via di esaurimento”.

Nel 1984 precisò un aspetto non secondario della sua impostazione politi ca.Auspicando “una fervida coscienza morale” in grado di incoraggiare e sostenere la speranza, egli respinge  una politica rinsecchita “nelle contese di metodo, di tattica e di schieramento”. In altre parole, Zaccagnini considera inossidabile il rapporto tra etica, cultura e politica, lo slancio ideale e il progetto politico.

Mi pare sul punto corretta l’osservazione di uno storico cattolico molto fine, Agostino Giovagnoli: “La moralità della politica, cioè, non era per Zaccagnini solo o principalmente nei mezzi da usare ma anche e forse soprattutto nei fini da perseguire: in questo modo egli coniugava tradizione cristiana e sentimenti popolari, servizio dello Stato e passione per la democrazia”.

Molto esplicito  fu anche sul cemento unitario del partito democristiano. Lo fece nel 1982 quando ribadì che non si poteva concepire l’ unità della Democrazia cristiana come “una chiusa difesa per durare qualche tempo in più nel potere”.

E continuò affermando: “forse non abbiamo compiuto,né in tema di moralizzazione della vita pubblica, né in tema di elaborazione culturale, quei programmi rilevanti che erano nelle nostre aspettative”[ii][ii]. Nel corso della secolarizzazione della politica, della sua riduzione ad affare, carriera, dimensione privato e del clan fioriscono interrogativi diversi sulla vita e sulla morte, sulla crisi della famiglia  della  coppia (cioè il  referendum sul divorzio), sulla compatibilità dell’immigrazione con la comunità nazionale (i suoi costumi, la sua religione, l’occupazione, le abitazioni ecc.), il dilagare della corruzione, la violenza politica ecc..

Zaccagnini è sonda, se non proprio interprete consapevole, di questo lungo processo  che è la vittoria dei radicali. Dal referendum sul divorzio  arriva  al rapimento di Moro, a Mani Pulite fino allo sfarinamento del sistema politico e al successo d Berlusconi, della Lega e di An.

Un giorno dovremo riconoscere che al pari di Bettino Craxi e di Marco Pannella, Zaccagnini ha avuto come obiettivo di  riscoprire e valorizzare la radici democratiche e socialiste del Pci. Lo fece  coinvolgendo il Pci in una collaborazione gover-nativa, che aveva il valore della piena legittimazione democratica di esso.

Non fu sua, invece, la realizzazione del sogno di una sinistra unita. Appartenne piuttosto, e ragionevolmente, a Craxi e ai radicali  che la persegurono, cercando di  indurre (o  costringendo) Berlinguer a levare  di mezzo i riti dell’egemonia,a porre fine  rapporto privilegiato con l’Urss con la riconciliazione  con l’Occidente. ecc. In questa prospettiva si spiega la decisione di Craxi di ammettere Occhetto  nella famiglia socialdemocratica. Lo fa perché si sente erede, e rappresenta, non solo il Pci ma  tutta la tradizione de socialismo italiano.

Ammettendo Occhetto nell’Internazionale, Craxi intende mostrare che “i destini del Pci erano legati a quelli del Psi e che il partito di Gramsci e di Togliatti era un tronco che viveva delle radici del partito di Turati, di Matteotti e di Buozzi” (Baget Bozzo). Perché fallisce questa ricomposizione della sinistra  sul terreno del riformismo?

Il riformismo respinto dal Pci per l’unità della sinistra.

Non possiamo ignorare, anche se non a tutti sarà possibile accettarla, l’interpretazione di Gianni Baget Bozzo secondo il quale Craxi  fallisce nella riscoperta delle origini democratiche e socialiste del Pci perché il mondo cattolico era diventato “filo-comunista in chiave integralista ed  illiberale. E attribuisco le responsabilità della involuzione del Pci dal ’92 in poi, alla Chiesa e non al Pci stesso. Il Pci sceglieva il clericalismo e non il socialismo; e il clericalismo è sempre la scelta peggiore”.(ivi)

Inutile fare oscura chiosa dove è chiaro verbo. Qui l’attacco è alla sinistra democristiana dell’epoca, cioè  anzitutto a Zaccagnini, che come segretario della Dc ne era la massima espressione. Al pari di Craxi, egli crede nella redimibilità, attraverso l’esperienza di governo, cioè nella salvezza dei comunisti.

Ma questi preferiscono il rapporto diretto con la DC, privano il Psi sia del ruolo di mediazione sia di quello di modello, punto di riferimento in quanto partito laico, riformista, occidentale.

Diventato tramite non necessario dell’occidentalizzazione del Pci, Craxi cerca di evitare al suo partito la replica del destino che esso ebbe con Nenni: di una duplice subordinazione, cioè alla Dc attraverso il governo e al Pci nella prospettiva lunga di un possibile governo delle sinistre.

E’ una prospettiva che i comunisti lasciano balenare. In realtà non la perseguono dal momento che la loro ascesa al governo  è esclusivamente  a discrezione della Dc (e degli Stati Uniti).L’atteggiamento da tenere nei confronti del terrorismo, durante le trattative con le Br per la liberazione di Aldo Moro, spinge Dc e Pci a costituire una sorta di partito unico, quello della fermezza.

Craxi, mostrando interesse al primato della vita umana, alla sua salvaguardia innanzitutto,  si rende conto che la  strada dei socialisti è analoga a quella costante dei radicali, cioè fuori del governo. Ne prende le distanze, ma questa decisione condanna a morte sia il compromesso storico sia il governo di unità nazionale.

Solo rovesciando la linea di Nenni, cioè grazie a questa posizione autonoma dal Pci e dalla Dc, si verifica quanto ha rilevato Baget Bozzo:

“ Da quel momento il Psi ebbe di colpo in mano le carte decisive; divenne l’unico alleato possibile. Ed un alleato non clericale come i comunisti ma un alleato laico. Ed un alleato occidentale. Nacque in Italia una forza laica ed occidentale che in Italia non era mai esistita. E Craxi saldò con la socialdemocrazia tedesca quell’asse sugli euro missili che doveva trasformare il leader del Psi in un leader del socialismo europeo. Tutte le carte erano state rovesciate. Il terrorismo aveva distrutto il compromesso storico, ed anche se stesso. Di ciò il Psi di Craxi era stato beneficiario”.

Per la verità anche la Dc fa  marcia indietro. Recupera l’analisi d Moro di un accordo, un’intesa temporanea col Pci, non come avvio di un compromesso di durata storica, ma  solo  per fronteggiare una grande emergenza, cioè la linea dell’alternanza. Analoga è la correzione di rotta del Pci

In che  misura questa forte correzione fu la linea di Zaccagnini?

Mise in capo (cioè come risultato di essa) alla politica di solidarietà nazionale di Berlinguer l’euro-comunismo, la scelta di campo nella lotta contro il terrorismo, la rinuncia a introdurre “elementi di socialismo” nella società italiana.

Dissentì, però, da Craxi, e lo ribadì nel 1982,  quando respinse l’idea di aver puntato, insieme a Moro, a far fuori il Psi, sostituendolo  in tutto e per tutto con i comunisti: “La terza fase – egli affermò – non è stata concepita come la tentazione di un connubio opportunistico con il Partito comunista italiano per l’ avvento di una “democrazia consociativa”, ma all’ opposto come lo sviluppo di un processo verso la “democrazia compiuta”… Aldo Moro… ce l’ ha proposta e…forse per averlo fatto non è più tra noi”[iii][iii].

Sulla morte di Moro a lungo, anche in seno alla Dc, e per dichiarazione esplicita dello stesso Zaccagnini, è circolato il sospetto che essa andasse messa in rapporto alla sua azione politica, cioè al governo  di solidarietà, e quindi  all’apertura al Pci. Indiretti e obliqui sono i riferimenti alla responsabilità della Cia, ma non oscuro è quello ai collegamenti internazionali sui quali  le  Brigate Rosse avrebbero potuto contare, cioè gli Stati Uniti.

Commemorando Moro, Zaccagnini lo ricordò come  “il principale artefice di unì“intesa programmatica che consentì al Paese di riprendere – sia pure tra molte e dure difficoltà – un cammino che sembrava aperto a diverse e pericolose avventure. Quest’ opera illuminata e coraggiosa, Egli l’ ha pagata con la vita. Non dobbiamo dimenticarlo. E’ qui il nodo dell’ oscura vicenda. Ne siamo profondamente convinti”[iv][iv].

Questa valutazione viene ribadita  in altre occasioni. Ricordo quella al Congresso nazionale della Dc del 1982 e, più esplicitamente, nella relazione politica con cui introdusse il Consiglio nazionale,quando  affermò: “la tragedia di Moro, le persistenti minacce del terrorismo, ci inducono a chiedere alle forze dell’ ordine e alla magistratura, che venga risolto ogni dubbio, venga chiarita ogni circo stanza, e si trovi risposta agli interrogativi che da più parti sono sollevati su ogni eventuale rapporto o collegamento anche internazionale che potrebbe avere affiancato l’ efferato crimine delle Brigate Rosse”[v][v].

A differenza che nella commemorazione, qui compare un’ allusione a possibili collegamenti internazionali che potrebbero aver “affiancato” l’ azione delle BR. Difficile resta, in assenza di riscontri adeguati, sostenere che sia Zaccagnini sia  molti suoi compagni di partito siano stati influenzati dalla campagna  di disinformazione scatenata in Italia dal Kgb. Ce n’è una traccia nell’archivio Mitrokhin, ma assomiglia ad un’enfatizzazione del proprio ruolo da parte di informatori ed agenti del servizio segreto sovietico

Il primato dell’antifascismo

Bisogna dire che in lui le motivazioni ideali e in generale il problema dell’etica, la concezione dello Stato furono sempre in primo piano anche per il rapporto costante che egli ebbe con l’antifascismo e  la guerra di liberazione. Fu sempre da questa dimensione, un vero e propri universo  civile, che egli visse l’esperienza  lancinante della liberazione di Moro senza nulla concedere ai terroristi. Nella loro vittoria, sancita da una trattativa diretta dello Stato, vide la fine dei valori della Resistenza.

In altri dirigenti, Andreotti e Cossiga,fu inevitabile che tutto il processo legato al trattare o non trattare con le Br venisse guardato dal punto di vista della salvaguardia dell’alleanza col Pci e della tenuta (peraltro debolissima) delle istituzioni, di cui l’intransigenza dello Stato costituiva il presupposto.

Come ha scritto Giovagnoli, “Affidata solo ad Andreotti e Cossiga – a ciò che essi hanno fatto e a ciò che essi hanno rappresentato –, in quel drammatico frangente la difesa dello Stato non avrebbe conquistato il consenso di tanti che, inizialmente incerti sulla posizione da prendere, si sono progressivamente riconosciuti nelle ragioni della lotta al terrorismo”. La linea della fermezza (per salvare lo stato democratico uscito dalla Resistenza) seguita da Zaccagnini non ebbe le chiusure e le durezze di quelle di Andreotti e Cossiga.

Nasce  su questo forte terreno umanitario, il tentativo di sottrarre un amico (e soprattutto un maestro) come Moro ad una morte certa. Ne è testimonianza un atto importante: la visita   di Zaccagnini a Craxi, in Via del Corso, sede del Psi, per valutare con lui se esisteva una possibilità di scambiare Moro con qualche brigatista.

Ad essa seguì un incontro tra le delegazioni dei due partiti e una dichiarazione della Direzione della Dc che autorizzava a parlare di uno “scambio di prigionieri”. Ci fu contro di esso una levata di scudi generale, del governo e degli altri partiti. Ma Zaccagnini fece quanto gli dettava la sua concezione dello Stato, (che non poteva essere piegato fino a riconoscere al terrorismo il rango di  soggetto contraente, parte negoziale) e la sua coscienza umanitaria.

Aveva torto Moro, dal fondo  del carcere brigatista, a rimproverare con asprezza il suo sodale e allievo di Ravenna, al pari di Andreotti, degli altri capi della Dc, e degli stessi comunisti implicitamente, che la tradizionale linea della Dc, e dei governi, in passato era stata diversa da quella che veniva invocata per lui? Credo avesse ragione, anche se in quei giorni (dal 18 marzo agli inizi di maggio) questa posizione veniva riecheggiata dai radicali di Pannella e dai socialisti di Craxi, cioè che prima di tutto veniva la vita umana, non lo Stato.

Quando esso è forte, ed è in pace con le aspettative dei suoi cittadini, può anche negoziare col proprio peggiore nemico, qual era allora il terrorismo, far finta di venire a patti.All’apparente  resa sarebbe seguita la sconfitta definitiva delle Br. Liberando Moro si sarebbe persa una battaglia, ma col terrorismo c’era una lunga guerra da combattere,  che è stata vinta dallo Stato.

Uno stato debole, frastagliato, spesso corrotto e inetto, e soprattutto debole con i forti e forte con i deboli, aveva bisogno della  rettorica della forza, di chiudersi nella fortezza dell’intransigenza. Assecondandola, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini andavano incontro all’esigenza del Pci. Alle masse degli iscritti e degli elettori Berlinguer doveva dimostrare come grazie alla  presenza comunista nella maggioranza, anche l’opera di fronteggiare la violenza politica richiedeva una  discontinuità col passato.

Zaccagnini  capì queste ragioni, e non condivise l’atteggiamento di chiusura di Moro (e degli Stati Uniti), che puntavano a mostrare all’opinione pubblica interna e internazionale come la collaborazione del Pci al governo fosse anzitutto una cooptazione, e la DC si potesse permettere di renderla umiliante. A Berlinguer venne negata la possibilità che i suoi uomini ricoprissero ruoli ministeriali.

Di fronte a questo diktat Zaccagnini  minacciò le proprie dimissioni da segretario. Il rapimento di Moro fece mancare questi colpi di teatro. La collaborazione con i comunisti  venne da lui sentita come una necessità della democrazia repubblicana per  completare quanto l’antifascismo, con l’unità dei suoi partiti, aveva realizzato con la sconfitta dei nazifascisti e l’approvazione della carta costituzionale.

La strada dello stare insieme  andava ripresa,nella convinzione, per Zaccagnini nettissima, che lo sviluppo, l’ammodernamento del paese dovesse essere ancora un compito dei partiti antifascisti, e la loro unità un bene fondamentale. Lo rafforzava in questo stato d’animo la circostanza che Berlinguer era venuto allentando la subordinazione a Mosca, e l’accettazione delle alleanze  occidentali sembrava non soffrire più di remore o di  doppiezze.

Per la verità, questa non era propriamente l’opinione di Aldo Moro.

Grazie a Zaccagnini la ricerca di un rapporto nuovo con la società civile impedì lacerazioni e la formazione di un secondo partito cattolico. Si replicò l’esperimento comunista dell’elezione degli “indipendenti” eletti nel 1983, nella liste democristiane e la cd “assemblea degli esterni del   1981. Ci fu un dibattito sulla forma da dare al partito (liquido o solido) che se anche tutti furono riecheggiati dalla segreteria di De Mita, erano figli  del tentativo di Zaccagnini di ricollegare il partito alla società civile.

“Ma Zaccagnini è stato indubbiamente tra quelli che più hanno contribuito ad alimentare tra i cattolici il desiderio e la speranza di un diverso modo di fare politica. In questo senso, l’eredità di Zaccagnini si è proiettata persino oltre la fine della Dc, perché il suo esempio ha motivato molti di coloro che pure hanno giudicato negativamente le ultime fasi di questo partito proprio perché troppo distante da ideali come i suoi, a continuare altrove la ricerca di un’azione politica ispirata da tali ideali. A lui continuano ad esempio a guardare quanti ritengono che le qualità personali, la solidità morale e, soprattutto, una profonda umanità costituiscano requisiti decisivi per una buona politica. Ed è una lezione importante non solo per i cattolici”.

Forte fu in lui il senso dell’unità della Dc. Ma non ad ogni costo, tutti e tutto assolvendo.

Durante il processo sulla Lockeed Zaccagnini era segretario della Dc. Ebbene, al pari di Moro, non copre la tendenza a “processare in piazza la DC, ma  raccomanda rigore,insieme ad equità “sia nel senso che dobbiamo essere più esigenti verso noi stessi e gli ami ci che ricoprono posti di maggiore responsabilità, sia nel senso che dobbiamo essere sempre chiari e decisi nel difendere gli amici ingiustamente accusati”.

La lotta contro la degenerazione del sistema delle correnti non gli impedisce di esaltare l’elemento di enfatizzazione del pluralismo che le correnti avevano. Di qui l’esigenza “non comprimere il fervore delle tendenze ideali“ pur dovendosi combattere “la degenerazione delle correnti”.

Ancora nel 1982 ribadisce che non si poteva concepire l’ unità della Democrazia cristiana come “una chiusa difesa per durare qualche tempo in più nel potere”. E scatta l’autocritica, il senso di colpa: “forse non abbiamo compiuto,né in tema di moralizzazione della vita pubblica, né in tema di elaborazione culturale, quei programmi rilevanti che erano nelle nostre aspettative”.


NOTEIntervento al Convegno, tenuto oggi a Ferrara, a cura dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani d’Italia, su Benigno Zaccagnini, “ Il partigiano, lo statista, il segretario della DC nel XX anniversario della morte”, con interventi dell’on.. Giorgio Franceschini, del Sen. Gerardo Agostini, del Dott. Andrea Rossi e del prof. S. Sechi.Ringrazio l’amico e collega prof. Agosti no Giovagnoli, dell’Università Cattolica di Milano, per avermi consentito di esaminare un suo saggio, al quale debbo molto.